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Dostoevskij secondo Nabokov

Due scrittori, due ideali d’Arte

Scritto da Gianfranco Grenar (www.grenar.info)

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Specchi e velluti neri

È curioso che uno dei più grandi detrattori dell’opera di Dostoevskij fosse un altro grande russo, seppure uno della diaspora: Vladimir Nabokov. “Mediocre e sopravvalutato”, così l’autore di Pnin bollava il suo connazionale.

L’opera di Nabokov, a partire dall’anno del suo trasloco negli USA, è un inno d’amore per la lingua inglese. Egli aveva lasciato la Madre Russia, e i selciati di San Pietroburgo sui quali aveva giocato da bambino, dopo la prima rivoluzione russa, quella di febbraio del 1917 (la meno celebre). Con la famiglia si era rifugiato in Inghilterra, e aveva studiato al Trinity College di Cambridge; poi, Berlino nel 1922; poi, a causa del nazismo, in Francia, e nel 1940 negli Stati Uniti.

Aveva scelto di rinunciare al russo, alla sua ricchezza espressiva, alla sua dolcezza, docilità, libertà, agli specchi e ai velluti neri di quella lingua. Ne soffriva, eccome. Si era creato una lingua nuova, un suo personale inglese da innamorato [1], che solo lui sapeva suonare come uno Stradivari. La storia dello stile di Nabokov è in realtà il racconto di un amore viscerale per le parole, e (quante volte ho usato questa frase) se le parole sono amanti, i libri sono i figli della colpa [2].

Ah, quel russo! Quel russo!

Nabokov vedeva in Dostoevskij una superficialità immensa e totale: gli erano sgraditi la lingua, superficiale e frettolosa; i temi dei romanzi, da cronacaccia nera, da vita di bassifondi; gli intrecci, perversi, malati; persino la psicologia dei personaggi (D. è celebrato per tutti gli elementi della lista che ho appena fatto, tranne che per la lingua).

Tra i due vi fu l’equivalente di un duello: Dostoevskij aveva come arma la fama, ottenuta soprattutto nelle culture dell’Occidente; Nabokov aveva il vantaggio di mirare a un morto. Il critico letterario Nabokov fu corretto nelle intenzioni: attaccò il rivale a colpi di articoli e saggi, spiegò il perché del suo denigrare, fu puntiglioso nella demolizione del Grande Romanzo Scritto in Fretta. Lo scrittore e uomo Nabokov esagerò quando sparò un colpo di cannone contro il rivale: scrisse un intero romanzo, “Despair”, nel 1936, per parodiare “Delitto e Castigo”.

In questo romanzo, Hermann, il protagonista, è un calco perfetto di Raskol’nikov. Leggermente deforme, però. Commette un crimine e dice di farlo per avidità di denaro, ma dal suo stesso semi-delirio, che egli si premura di raccontare, il lettore è portato a intuire la vera motivazione: Hermann vuole realizzare il delitto perfetto e ricavarne il massimo godimento estetico possibile. Agisce per dimostrare una teoria, proprio come Raskol’nikov. E come il personaggio di Dostoevskij, Hermann si sente superiore a tutto il genere umano.

I due delitti paralleli, crimini perfetti nelle intenzioni, falliscono. Raskol’nikov viene prima sfiancato da un poliziotto (l’Autorità) e poi rimane scosso dall’innocenza di una prostituta (la Peccatrice), la quale gli rivela l’errore di essersi creduto superiore a Dio. Hermann aveva basato il suo piano criminoso sulla somiglianza tra lui e la sua vittima: la polizia doveva credere che il morto fosse proprio Hermann. Ma così non accade, e l’assassino deve nascondersi.

Raskol’nikov, dopo una crisi morale devastante, confessa tutto all’Autorità. Hermann scrive un romanzo giallo, come forma (estetica) di confessione. Rileggendo la sua stessa opera, Hermann scopre il difetto: ha dimenticato nell’auto della vittima un bastone che porta nome e cognome della vittima stessa. La polizia non crederà mai che il morto sia Hermann. Da qui nasce la sua disperazione (“Despair”): l’assassino-creatore-artista ha prodotto un’arte-delitto imperfetta.

La parodia è compiuta. Ma Nabokov non si ferma alla trama; ironizza ogni volta che può, su ogni dettaglio, a livello simbolico e inconscio, ma anche apertamente, a mo’ di sberleffo. Attacchi sotterranei, giochi sporchi intertestuali, polemiche in codice… Nel romanzo, Hermann tira molti colpi bassi al “famoso scrittore di thriller” chiamato “Dusty” (polveroso), che ha scritto opere quali “Crime and Slime” (“Delitto e fanghiglia”), e “Crime and Pun” (“Delitto e giochetto (di parole)”). Allude, irride, ma lo stesso narratore è una copia ridicola dell’oggetto del suo odio. Corto circuito parodico. Ecco, Nabokov scrive un intero romanzo solo per demolire un autore che considera sopravvalutato [3]. E spara a raffica non solo su “Delitto e Castigo”, ma anche su “Il Sosia” e su “Memorie del sottosuolo”. Come ha osservato Andrew Field [4], il secondo, inosservato cadavere del romanzo è proprio Dostoevskij.

Perché tanto odio, se di odio si tratta? Nabokov scrisse una volta che un artista non commetterebbe mai un delitto, perché avrebbe sempre una scelta migliore: scrivere un romanzo [5]. Allora questo regolamento di conti riguarda la concezione dell’arte. Nabokov crede nell’Arte Pura, quella che non serve a niente, vale a dire l’Arte che non serve alcuna causa e basta a sé stessa. L’arte è bella, se è bella, perché è bella (proprietà riflessiva). Quelli come Dostoevskij, che la piegano al servizio di Dio, della Redenzione, del Miglioramento dell’Uomo, sono gente indegna, servitori di altro, non certo dell’Arte. D. aveva anche l’aggravante di essere russo come lui.

Apollo contro Dioniso

Nabokov ammirava gli scrittori russi, tranne Dostoevskij. La sua non era una polemica di campanile, né una battaglia fallimentare: aveva una enorme cultura, era dotato di genio critico, insomma poteva permettersi quella guerra. Voleva ridurre la fama di quello scrittore di cattivo gusto e pessima qualità, voleva demolire la fama di Dostoevskij in Occidente, fama che di riflesso era giunta anche nell’Unione Sovietica. Già: quella antica Madre Russia, ormai irriconoscibile, rovinata dal comunismo, che, a detta di Nabokov, aveva distrutto la cultura e il genio russi. Persino il comunismo stava riscoprendo Dostoevskij. Un regime totalitario e repressivo si stava mangiando l’Arte Pura, l’Ordine dettato dalla Bellezza, e la stava sostituendo con l’Arte impura di uno scrittore mistico, caotico, turbolento e malato.

La lotta di Nabokov lo spinse a riscrivere “Despair” a distanza di trent’anni dalla prima stesura. Tanta energia, tanto acume, per una causa antica: il contrasto tra l’arte apollinea e l’arte dionisiaca. Purezza, bellezza, cielo, contro fango, bassifondi, caos. Un contrasto che, nella storia dell’umanità, ha prodotto più capolavori, da una parte e dall’altra, che infamie. Un contrasto in cui non è affatto necessario prendere posizione. Ci si può sdraiare su una collina, ammirare la battaglia, e leggerne i risultati più belli.

Note

[1] “Dopo che la Olympia Press, a Parigi, ebbe pubblicato il libro, un critico americano suggerì che Lolita fosse la cronaca della mia storia d’amore con il “romantic novel”. Sostituire “lingua inglese” con “romanzo romantico” renderebbe questa elegante formula maggiormente corretta”. Mia traduzione, l’originale può essere rintracciato tra l’altro qui:

http://en.wikiquote.org/wiki/Vladimir_Nabokov

Non traduco “romantic novel” perché pare che non sia traducibile. Non spiego perché: le note nelle note (nelle note nelle note) mi stuzzicano, ma ti renderebbero ancor più pigro, mio caro lettore. Va’ e approfondisci.

[2] http://www.grenar.info/cgi-bin/images.asp?id=6

[3] Dostoesvkij non fu l’unico obiettivo delle critiche, sempre acute, di Nabokov. Un’altra vittima illustre ad esempio fu Cervantes (il suo “Don Chisciotte” deve la fama non al testo in sé ma alle riletture dei moderni, questa la tesi principale). Opere: “Lectures on Literature”, 1980; “Lectures on Ulysses”, 1980; “Lectures on Russian Literature”, 1981; “Lectures on Don Quixote”, 1983.

[4] Andrew Field, “Nabokov: His life in Art”, 1967.

[5] Ahimè, non trovo più la fonte di questa citazione, citata a memoria. Dovesse essere un caso di falsa memoria, mio puntiglioso lettore, non citarmi in giudizio.

Prima stesura 11-03-2007

Ultima revisione 02-12-2010