| Anche il mostro ha un ombelico |
| Scritto da Gianfranco Grenar | |||
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Area Tematica Colori
Anche il mostro ha un ombelico “The Village”, i colori delle emozioni Scritto da Gianfranco Grenar (www.grenar.info)
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Che colore ha la paura?
“The Village” è un film del 2004 di M. Night Shyamalan. Gli argomenti e la trama sembrano derivare direttamente dagli eventi tragici dell'11 settembre 2001, come un ragionamento in forma di sogno. Shyamalan ha scelto di parlare, con una trama che sembra narrare tutt'altro (sistema usuale per lui), dell'amore e della paura, del timore e dell'isolamento, di ciò che teniamo dentro e di ciò che è là fuori, mostri veri e illusori. In questo articolo mi è obbligatorio rivelare parte della trama, ovvero fare uno SPOILER. Se volete godervi il film, non leggete oltre.
Sì, Night, ma… dove sono gli zombie?
La presentazione del film, chiassosa e commerciale, ha creato false aspettative: “The Village” non è un film “di paura”, è un film sulla paura. Mente allo spettatore, sin dalla prima inquadratura (la tomba del bambino riporta una data fasulla), contravvenendo a una regola implicita del genere giallo (sì, l'hanno etichettato anche così), mai mentire al lettore / spettatore. Il motivo della menzogna iniziale è che l'intero film è una grandiosa riflessione sulla menzogna. Perché una tale presentazione? Molti hanno notato come, non solo negli USA ma un po' in tutto il mondo, dopo la tragedia dell'11 settembre l'industria del cinema (e non solo quella) abbia cercato, ostinatamente, ostentatamente, il disimpegno. I film che regalano un divertimento superficiale, una fuga nei sogni, servono a controbilanciare l'impatto di quelle immagini: due aerei che colpiscono due grattacieli, esplosioni vere, vere vittime, vero odio, morte, macerie, totale assenza di lieto fine… Dire agli spettatori potenziali del film, dirlo sia pure in forma di trailer, “Vi facciamo riflettere sui vostri incubi”, li avrebbe tenuti alla larga dai botteghini.
La trama
È l'anno 1897, lo leggiamo sulla lapide di un bambino morto per mancanza di medicine. Siamo a Covington, in Pennsylvania, in una minuscola comunità priva di ogni legame con il mondo, un gruppo di case circondate dal bosco e dalle creature (chiamate “Those We Do Not Speak Of”, “Coloro di cui non parliamo”). Nessuno ha mai visto le creature, ma tra loro e gli abitanti del paese vi è un patto che da sempre permette la convivenza pacifica. Il colore rosso (rosso sangue) le attrae, è il colore proibito, e deve essere bandito da ogni luogo; il giallo (giallo oro) le respinge, è il colore del patto di pace. Il giallo è anche il colore del nastro che delimita i confini del villaggio, e che è proibito oltrepassare. Gli anziani della comunità mantengono l'ordine e mettono in guardia i giovani riguardo le creature: esse non devono essere disturbate. Inoltre non si deve andare nelle città, poiché sono posti traboccanti di violenza e gente folle. Il giovane Lucius Hunt, timidissimo, introverso, è uno che pensa molto e parla solo se ha qualcosa di davvero importante da dire. È convinto che se potesse andare in città, col benestare degli anziani, potrebbe migliorare la vita di tutti: potrebbe portare medicine in grado di salvare vite umane, di guarire Noah Percy (un ragazzo con il cervello di un bambino piccolo) dal suo stato di semi-demenza. Le creature non lo toccherebbero, perché vedrebbero la bontà del suo cuore. Gli anziani negano il permesso.
Oh-oh, mi è sembrato di vedere…
Le creature appaiono come colore riflesso: una inquadratura mostra un corso d'acqua appena increspato dal vento, all'improvviso l'acqua si colora del rosso di una figura incappucciata che cammina. Sono ombre quelle che vediamo, e le ombre sono una rappresentazione del nostro inconscio. Chi ha una memoria talmente forte da ricordarsi quando ha scoperto l'esistenza dell'ombra, si ricorda anche di quando ha scoperto di poterla creare, col proprio corpo o con le mani… ma questa consapevolezza non gli ha tolto la paura dell'ombra. È costante poi il suono emesso dalle creature, una sorta di fischio terribile, che potrebbe essere il loro linguaggio come anche il loro costante monito. Una mattina Lucius è occupato a dipingere di giallo i pali che delimitano i confini. Senza farsi notare, attraversa di proposito i confini e si avventura nel bosco. Sente, o crede di sentire, un rumore di rami spezzati, alcuni grugniti, e con la coda dell'occhio nota un movimento, ma non riesce a vedere le creature. Torna indietro visibilmente turbato. La notte seguente le creature cominciano a lanciare avvertimenti: entrano nel villaggio, debitamente segnalate dai guardiani sulle torrette, e, mentre tutti si nascondono negli scantinati, marchiano le porte delle case con segni rossi. Più tardi, nel consiglio del paese, gli anziani affermano che secondo loro le creature sono state disturbate. Lucius Hunt in lacrime confessa il suo peccato, ma viene trattato con una strana benevolenza. Durante una festa di matrimonio, mentre tutti sono radunati per festeggiare, le creature attaccano il bestiame: uccidono gli animali e tolgono loro la pelle, lasciando intatta la carne. È una minaccia verso la quale anche gli anziani, di solito imperturbabili, provano sgomento.
No, Pollicino, non si va nel bosco
È facile riconoscere alcune componenti fondamentali della struttura della favola: viene stabilita una proibizione (un tabù), ed essa è violata. Vi sono anche i luoghi topici della favola: il villaggio, il bosco. E, come una citazione inconscia, le creature sembrano lupi o cinghiali antropomorfi avvolti in un mantello rosso, come Cappuccetto, o per meglio dire come il lupo travestito da Cappuccetto.
Anche il mostro ha un ombelico
Il fatto che le creature portino un mantello rosso è un colpo di genio. Il regista ha rivelato che in origine le creature erano state concepite come animali deformi, e che erano perfette come modellini… ma ridicole a grandezza “naturale”. È stato necessario l'intervento di un vero e proprio “Creature Designer”, figura professionale esistente nel cinema USA, simile al “Character Designer” del cinema di animazione giapponese. Questo progettista di mostri, messo alle strette dal tempo (“there wasn't a whole lot of room to overthink it”, dice nel DVD del film, nella sezione dei contenuti speciali), ha partorito le creature avvolte nel mantello rosso da cui spuntavano ossi o aculei. Questi dettagli pungolano la fantasia dello spettatore: se le creature sono capaci di fabbricare mantelli, di tingerli, di addobbarsi con decorazioni particolari, allora ne deriva che le loro mani sono abili, così come il loro cervello; e si è costretti a ipotizzare una società di creature intelligenti e non un branco di animali famelici, una società ordinata da regole, evoluta. Sembra quasi una società umana parallela, deviata, mutante. E in fondo è così che concepiamo i terroristi: sono esseri umani, lo erano in origine, e qualcosa li ha trasformati in mostri; odiano profondamente, ma agiscono in base ad una logica, per quanto folle e distruttiva; i loro comportamenti derivano da nostri comportamenti (non entrate nel bosco… nascondete il colore proibito…). Ora che siamo adulti e vaccinati le favole non ci spaventano, ma una delle loro antiche funzioni era proprio quella di terrorizzare. E questo terrore lo vediamo, concreto, reale, nelle facce e nei gesti di chi da sempre vive sentendo, vedendo “Those We Don't Speak Of”. Non è forse il nostro stesso terrore di quest'epoca, quello di subire in qualunque momento la violenza di chi ci odia? I giovani hanno ideato una prova di coraggio: a turno uno di loro deve restare su un ceppo di legno, proprio sui confini, voltato di schiena al bosco, per provocare le creature e per battere il record di resistenza alla paura. Per quanto possano dire “That's a wives' tale, it isn't true”, “È un racconto da donnette, non è vero”, la fine della prova è sempre una fuga generale.
E per punirti, ammazzo quello che ti vuole sposare!
“The Village” non racconta solo la paura. L'amore è presente, forte e sotterraneo, di un colore sottile e impalpabile, eppure riconoscibile. È amore quello che provano l'uno per l'altra Lucius e Ivy Walker, figlia del capo del villaggio, cieca ma più abile dei maschi. “You run like a tomboy”, “Corri come un maschiaccio” le dice Lucius, e lei risponde con un “Thank you”. Quando la sorella maggiore di Ivy è ormai promessa sposa, Ivy rivela a Lucius “I am now free to receive interest from anyone… who might have interest”, “Sono ora libera di ricevere l'interesse… di chiunque possa essere interessato”. Ciò che non viene detto ha un colore sottile, ma ha più importanza di qualunque cosa possa essere detta. È amore quello che Edward Walker e Alice Hunt, madre di Lucius, non osano confessarsi. “Sometimes we don't do things we want to do, so that others won't know we want to do them”, “A volte non facciamo ciò che vogliamo, così che gli altri non sappiano che vogliamo farle”, questa è una frase di Ivy che Lucius trova appropriata per i due anziani. A sua madre Lucius fa notare come Edward eviti il contatto fisico con lei, e Alice scopre che è davvero così… e non può trattenere un sorriso. Ciò che non viene fatto ha più importanza di qualunque altro gesto. Ciò che crediamo di vedere alla luce di una candela è più affascinante (o terrorizzante) di quello che vediamo in piena luce. È amore quello di Noah, demente, infantile, sadico eppure tenero, per Ivy, amore non ricambiato. Ivy ama Noah, ma come si può amare un fratellino. Durante una chacchierata insolita (all'alba, sul porticato di casa), Ivy provoca Lucius, solo con le parole (la comunità a cui appartengono è di stampo religioso), chiedendogli se balleranno insieme alla festa per le loro nozze. Lucius non sopporta che sia lei a prendere l'iniziativa, ma dopo un lungo giro di parole per nascondere il sentimento, lo rivela di botto e conferma: sì, Ivy Walker, balleremo insieme alla nostra festa di nozze. La mattina dopo tutto il villaggio, Noah compreso, è a conoscenza della lieta notizia. Per amore Noah va da Lucius e lo accoltella. Butta il coltello, non sa che fare, lo riprende e accoltella ancora Lucius crollato a terra. Quindi scappa. Viene ritrovato sulla sedia a dondolo, sconvolto. Ai genitori pietrificati mostra il colore proibito sulle sue mani: sangue.
Su, dimmi che colore ho
Ivy, pur essendo cieca, è più forte di tanti altri. Come suo padre, ha la capacità di indicare la direzione nei momenti in cui tutti possono solo seguire. È un capo naturale, ed è la speranza del villaggio. Ivy è in grado di percepire la presenza di alcune persone sotto forma di colore, e questo in un mondo rappresentato da Shyamalan solo in bianco, grigio e marrone. “Some people… give off the tiniest color. It's faint, like a haze. It's the only thing I ever see in the darkness. Papa has it, too. Do you wonder what your color is? Well, that I won't tell you.” “Alcune persone.. emettono un colore quasi impercettibile. È debole, come una foschia. È l'unica cosa che vedo nell'oscurità. Anche mio padre ce l'ha. Ti stai chiedendo quale sia il tuo colore. Beh, non te lo dirò.” Ivy vede ben più lontano degli altri. Sa guidare quando gli altri sanno solo seguire. Per questo suo padre le rivela il segreto. La porta in uno dei nascondigli delle creature, o meglio, del costume delle creature. Sì: il mostro è finto. Gli anziani, a turno, si mascherano e vanno in giro per i boschi o nel villaggio, per incarnare il terrore. Ognuno di loro ha avuto un lutto, ognuno di loro ha perso un proprio caro in città, di morte violenta. Hanno preso la decisione di nascondersi nel bosco, per vivere senza violenza. Per convincere i giovani a non lasciare mai il villaggio hanno usato l'arma della paura.
Il fine giustifica i crudeli mezzi, pensarono gli anziani
Gli anziani hanno ideato un mondo perfetto, una utopia concreta. Però sapevano benissimo che dovevano costringere i giovani a vivere sempre e solo in quell'utopia. Lo spirito umano è curioso, esplora, va oltre i confini. La loro idea è di una crudeltà assoluta perché sopprime tutto questo. Ma i loro sforzi non hanno tenuto lontana la violenza: la follia, compagna dell'umanità, si è manifestata in Noah, uomo-bambino che tutti proteggevano, e lo ha reso assassino. L'utopia è crollata. Edward Walker rivela a sua figlia la finzione perché in lei vede il futuro del villaggio, del loro modo di vivere. Ivy, lei sola, deve andare in città e tornare con le medicine per guarire Lucius agonizzante. Lei, per amore. E non deve rivelare a nessuno che loro sono lì, nascosti in un villaggio inaccessibile nel bosco. Qui la giustificazione è razionale solo in apparenza: in una scena precedente alla rivelazione, Tabitha ricorda ad Edward che tutti gli anziani, lui compreso, sono sotto giuramento: “YOU have taken the oath, you and the rest of the elders”, “TU hai giurato, tu e gli altri anziani”. Edward sorride, come se avesse già in mente la soluzione: mandare in città chi non ha giurato, sua figlia. In realtà, il codice delle favole (e delle narrazioni classiche posteriori da essa derivate) dice che l'eroe deve affrontare il viaggio, e solo lui. Il re è sempre vittima di un qualche incantesimo, giuramento, impedimento, mentre il principe è libero di andare incontro alla sorte.
Lasciati inghiottire, bimba, quando esci ti spiego…
Nello svelamento della finzione incontriamo un altro elemento della favola, anch'esso spostato nel dominio della ragione: il finto mostro, che viene fatto toccare all'eroe, spiegato nella sua genesi. Sappiamo che, negli antichi riti di iniziazione, il giovane destinato ad entrare nel mondo degli adulti doveva passare attraverso un animale totemico, una finta creatura mostruosa che, letteralmente, lo inghiottiva. Era una prova da superare. Solo così il giovane poteva morire, ovvero lasciare la sua vita legata alle donne della tribù, ed entrare nel mondo degli uomini. Il mostro trasfigurava il giovane, rappresentava il passaggio tra due mondi, ed era reale, molto reale, per tutti coloro che non erano ancora stati inghiottiti. Anche in quelle società, come in quella di Covington, vi era una specie di complotto degli anziani per mantenere il segreto. Razionale è l'allontanamento dell'eroe in conseguenza della violazione: bisogna salvare una vita umana, e con essa il futuro del villaggio. Razionale è il motivo dell'allontanamento: l'amore. “If he dies… all that is life to me will die”, afferma Ivy. Razionale è l'oggetto magico secondario che viene dato all'eroe: un sacchetto di pietre magiche. Ivy sa benissimo che non servono a nulla, perché non vi è nulla da cui difendersi; ma esse servono a convincere i due ragazzi che la scortano ad accompagnarla sin dove è loro possibile. Uno molla subito, l'altro abbandona dopo una notte di pioggia nel bosco. Secondario perché in realtà un oggetto magico autentico Ivy lo porta sempre con sé, ed è il suo bastone: simbolo di guida, di potere, simbolo fallico, eppure mascherato dalla necessità di realismo di questa storia. È il bastone a permetterle di sentire la strada, al villaggio come nel bosco; è il bastone a tirarla fuori dalla pozza di fango in cui ad un tratto scivola e rischia di rimanere intrappolata. Quel bastone viene abbandonato (ha ormai svolto il suo ruolo di oggetto magico) quando Ivy raggiunge il muro di cinta.
Vado, scavalco il muro e torno
Ma non tutto fila liscio. Ci siamo dimenticati del malvagio. Noah Percy. L'unico a ridere delle creature, dei loro orrendi fischi, l'unico ad accoglierle schiamazzando come se si trattasse di un gioco. In effetti aveva scambiato tutto per un gioco: scoperta una delle maschere, l'aveva indossata per compiere i massacri di animali che avevano turbato il villaggio. Il suo sadismo è privo di coscienza: è un demente, per quanta tenerezza possa ispirare. Riprendiamo le redini del racconto: Ivy è nel bosco, sola, abbandonata dalla sua scorta. Cade nella pozza ma il bastone la salva. Sa che il suo mantello giallo è coperto dal fango, quindi sa che non ha difese. Le è stato rivelato che le creature non esistono, ma una vita di condizionamenti e pressioni non può essere soppressa così facilmente. Ivy cerca disperatamente di togliersi il fango di dosso per recuperare il colore sicuro. Appare una creatura avvolta nel mantello rosso, e per un attimo sembra che il razionale si infranga come uno schermo di cristallo: erano finzioni, erano leggende lette da Edward in un libro di storia che parlava di questi boschi… La creatura aggredisce Ivy, ma lei riesce ad ingannarla e a spingerla nello stesso fosso in cui era caduta poco prima. Il mostro trova la morte, e lo vediamo in faccia mentre abbandona la vita: era Noah Percy, mascherato per l'ultima volta.
Ah, nonna, nel frattempo uccido il lupo
La morte di Noah è quasi dipinta: il regista usa un tocco pittorico nel rappresentare Noah accartocciato su sé stesso, come il Lupo mascherato da Cappuccetto Rosso di molte illustrazioni di favole, immobile a parte il tremolìo delle labbra. Il Lupo ucciso, sconfitto, squarciato dai suoi stessi aculei. Quando ho visto il film per la prima volta, i commenti sarcastici del pubblico si sono sprecati: il mostro è Babbo Natale, il lupo cattivo c'è, e chi sarà la porcellina? Ho dovuto comprendere queste reazioni, provenivano da spettatori ingannati dalla promozione del film. Essi volevano essere spaventati dagli effetti speciali e magari da una musica rumorosa; non avevano capito che un mostro con cui fino a poco prima stavamo giocando a rincorrerci è più facile da incontrare di uno zombie o di un orchetto tolkeniano. C'è una sottigliezza nella scena dell'aggressione. Ivy viene assalita una prima volta da Noah-Creatura avvolto nel mantello, ma non subisce alcun danno. È come se la creatura stesse giocando con lei, proprio come faceva Noah al villaggio ("giochiamo a prenderci"). Una ragazza così intelligente, pur se in una situazione di tensione estrema, dovrebbe pensare… e capire al volo che si tratta di Noah travestito. Ma di questo non abbiamo la certezza; da qui deriva la doppia interpretazione (Ivy sa; Ivy non sa) e il fascino della scena della morte di Noah-Creatura. Ucciso da Ivy perché pazzo, e perché assassino del suo amato Lucius? Ucciso solo per autodifesa, perché creduto mostro? Forse qui il colore narrativo è stato creato involontariamente, ma quanto è bella questa sfumatura! E c'è di più ancora. In una delle scene tagliate (presenti sul DVD), Ivy incappa in un altro dei trucchi usati dagli anziani per mantenere il controllo con la paura: il forte vento invernale soffia dentro flauti artigianali appesi ai rami degli alberi, e provoca i rumori che per tanto tempo hanno tenuto nel terrore il villaggio. Ivy non può accorgersi del trucco, ha altri doni ma non la vista. Il regista fa capire, parlando di questa scena, che essa cronologicamente seguiva quella della morte di Noah-Creatura: "all the stuff happened, one more thing happens". Siamo in presenza di una sottrazione che aumenta il significato narrativo. Non è una contraddizione: è tra le regole del narrare.
Dall'altra parte della favola
Ivy trova il sentiero indicato dal padre. Raggiunge un muro, si arrampica sull'edera (Ivy in inglese vuol dire proprio edera!) e viene intercettata da… un guardiano di pattuglia in auto. Il razionale si infrange ancora, ma solo per lasciare il posto ad un altro razionale, la spiegazione di tanti misteri: non siamo nel 1897 ma ai giorni nostri, e gli anziani sono persone alle quali la città ha tolto i propri cari, uccisi nei modi più raccapriccianti e privi di senso. Quel villaggio è una loro invenzione. Edward Walker, professore di storia, con l'eredità del padre agente di borsa ha comprato una riserva naturale e vi ha nascosto il villaggio. Quando viene svelato il mistero delle scatole nere, ovvero che non siamo nel 1897 ma ai giorni nostri, Edward Walker e Tabitha osservano una fotografia in cui tutti gli anziani del villaggio sono riuniti davanti a un edificio, un consultorio; dai vestiti sembra una foto del 1980. Alice Hunt ha in braccio un neonato, il piccolo Lucius: quasi a dire che l'attrazione che Lucius provava per l'esterno dipendesse dal fatto che fosse nato in città e non nel villaggio. Il guardiano che ha soccorso Ivy, colpito dall'aspetto insolito della ragazza, dal suo linguaggio, dalla sua bellezza pura, decide di aiutarla: ruba medicinali e glieli affida. Capiamo di essere usciti dalla favola solo in apparenza, perché quello del guardiano non è altro che il ruolo del Donatore: nelle favole è spesso presente un donatore, che per un motivo qualsiasi dona un oggetto magico all'eroe (qui sono le medicine). Ivy scavalca ancora il muro. Non sappiamo se abbia capito la seconda incredibile finzione, ma la vediamo tornare per salvare la vita all'uomo che ama.
Vissero felici e contenti, ma per quanto?
La favola è conclusa: l'eroe ha avuto la meglio sul mostro. Ma il vero mostro, l'oggetto segreto di tutta la storia che Shyamalan ci ha raccontato, è la paura. La paura ha portato gli anziani a nascondersi in una utopia di vita tranquilla, non violenta. La paura ha impedito ai giovani di scoprire la verità. Lo scemo del villaggio ha portato la morte. La paura era il vero mostro, ed è stata sconfitta: da Ivy con il suo viaggio verso l'ignoto; dal padre che l'ha lasciata andare; da noi spettatori, forse, che abbiamo avuto modo di riflettere sulla nostra paura del mondo vedendone uno imprigionato in una boccia di vetro. Quel mondo non è affatto protetto: il male c'è, la violenza irrazionale è insopprimibile. Si può credere che sia possibile vivere in pace, ma solo fino al momento in cui le nostre finzioni, su cui abbiamo fondato le nostre false certezze, crolleranno. Il dolore è inevitabile, dice l'anziano del villaggio che ha visto morire il proprio figlio a sette anni. Dovunque andiamo, ci raggiunge. Bisogna solo accettarlo.
Simbolismo cromatico
Il colore proibito è il rosso, simbolo del sangue, come delle passioni violente. La comunità del villaggio è religiosa, ma non in stile Amish, la religione sembra essere parte dell'atmosfera; il capo del villaggio, Edward Walker, ripete più volte a tavola: “We are grateful for the time we have been given”, “Siamo grati per il tempo che ci è stato dato”. Grati a chi? Le preghiere non tirano in ballo Dio, gli abitanti del villaggio lo nominano solo nelle interiezioni: “Oh my God!”. Durante il viaggio di Ivy nel bosco, dopo la caduta nella pozza di fango e prima dell'assalto di Noah-Creatura, Ivy si trova circondata da fiori rossi. Non li può vedere, ma il suo sgomento è visibile. Azzardo una interpretazione psicanalitica. Questa scena può voler significare che il rito di passaggio è compiuto o sta per compiersi. In alcuni riti antichi, il giovane inghiottito dal mostro veniva tatuato o circonciso, o subiva altre modifiche permanenti al proprio corpo. Qui l'eroe è donna in età da marito, anzi stava proprio per sposarsi: quei fiori rossi e il suo sgomento potrebbero indicare la prima mestruazione o il primo rapporto sessuale, anch'essa una modifica permanente. Il colore sicuro (“the safe color”) è il giallo. Un giallo un po' scuro, che può indicare l'oro, inesistente nel villaggio utopico, l'oro inteso come brama di ricchezza. Ma i parenti dei fondatori del villaggio sono stati ammazzati proprio per la brama di ricchezza. Qui il significato simbolico viene invertito (nessuna novità, i simboli si prestano a ciò). Sono possibili altre interpretazioni: il giallo è la codardia (chi rifiuta il mondo, per quanto crudele e folle possa apparirgli, è un codardo); il giallo è la serenità (nella scena del matrimonio della sorella di Ivy, il colore dominante è il giallo delle candele e degli abiti). Il colore dei segreti è il nero. Le scatole che ogni anziano nasconde in casa, e che contengono ricordi del passato, sono nere, e vengono mostrate ai giovani solo quando è buio. Infine, Ivy ha gli occhi blu. Espediente per rendere credibile la sua cecità, ma anche simbolismo per rendere evidente la serenità che risiede in questo personaggio.
Il colore dei nomi
Il colore è contenuto ovunque. Anche i nomi ne hanno uno; quasi tutti i nomi hanno significati multipli e intrecciabili tra loro, come d'altra parte i simboli. Azzardo ancora una interpretazione (non solo psicanalitica) dei nomi più significativi. Per l'indagine ho usato, oltre a quel po' di fiuto che ho, l'ottimo Penguin English Dictionary, l'ottimo Google (che è tale se lo si sa usare), i gruppi di discussione (da cui ho attinto alcune interpretazioni).
Ivy Walker
Ivy = “evergreen climbing plant”, una pianta sempreverde che cresce arrampicandosi, ovvero l'edera. Verso la fine del film, la protagonista scavalca il muro di cinta della riserva arrampicandosi su di un'edera. Nel linguaggio di fiori e piante l'edera è simbolo di fedeltà, tenacia, amore duraturo. Una vecchia canzone d'amore italiana diceva: “Son qua, avvinta come l'edera…”.
Lucius Hunt
Per chi parla una lingua neolatina il significato è ovvio: Lucius = luminoso, lucente, puro. Di striscio notiamo che Ivy porta il nome di una pianta, e le piante non crescono senza luce, quindi amano la luce. Hunt = caccia, ricerca (della verità, della luce).
Covington
Molte possibili origini. Cove = piccola baia, insenatura, o riparo di montagna, quindi città-covo. Cove = “fellow, chap”, ovvero compagno (di college, di stanza). In quest'ultimo significato si può vedere la complicità che ha portato i fondatori di Covington a rinchiudersi nella riserva e che li lega anche in seguito. Cover = coperta, riparo, rifugio. To cover = proteggere.
Edward Walker
Walker = colui che cammina. Un peripatetico, o comunque uno che medita. Walker = “trainer of young hoods”, allenatore di giovani segugi. E, di rimando, Hound = “dog that hunts by scent”, cane che caccia basandosi sul fiuto. La giovane Ivy è cieca, quindi deve affidarsi agli altri sensi, tra cui il fiuto, che può essere inteso come intuito. Da notare che anche Ivy, figlia di Edward, è una Walker, anche lei cammina…
Noah Percy
Noah = Noè. Ricordiamo due attributi di Noè: veniva preso per pazzo per via del suo mettere in guardia sul diluvio universale, e amava ubriacarsi, ovvero dimenticare di avere una ragione. Ma Noè salvò gli animali, Noah li uccide: una proprietà dei simboli è quella di essere rovesciabili. Percy = Percival o Parsifal, il cavaliere di cui parlano le leggende sul Graal, definito anche “il puro folle”. Da “Pierce the veil”, forare il velo. Noah è l'unico a sapere del trucco degli anziani, quindi è l'unico ad aver bucato il velo di menzogne. Quindi, nomen omen, come nella tradizione classica, ma anche indizio per spettatori detective. E, di sicuro, colore narrativo.
Il colore del linguaggio
Spettatori di madrelingua inglese hanno osservato una sottigliezza che nel doppiaggio è andata quasi del tutto perduta. Gli adulti parlano una lingua farraginosa, quasi artificiale, e in genere parlano lentamente. Sembra che sia una lingua appresa, se non inventata (e nel finale si scopre che è proprio così, Edward Walker era un insegnante di storia e viveva nel nostro presente). I giovani parlano velocemente e le loro frasi sembrano più naturali, per quanto ben riconoscibili come forme arcaiche della lingua inglese.
Il regista si diverte così
Dare ai personaggi un significato legato al loro compito e/o destino è una abitudine per Shyamalan. In “The Sixth Sense” uno dei protagonisti è Malcolm Crowe. Crowe = large black bird of genus Corvus. Il corvo e la cornacchia (stessa famiglia, dimensioni diverse) sono animali legati all'aldilà. Basti ricordare il poema di E.A. Poe “The Raven”, o la più recente trasposizione cinematografica del film “The Crow”. Nello stesso film c'è Cole Sear. Cole = cavolo. Un bambino che crede che i bambini nascano sotto i cavoli, quindi innocente, più dei suoi coetanei. Sear = asciugarsi, disseccare, indurire. L'eroe che diventa più forte, o l'eroe che “asciuga” i problemi dei morti, facendo sparire gli uni e gli altri. In “Unbreakable” il protagonista è David Dunn. Dun = bruno grigiastro (come la vita del protagonista). David richiama, sin troppo ovvio, il Davide biblico. L'antagonista è Elijah Price. Elia, profeta biblico, sembra proprio vedere in Davide l'uomo capace di salvare l'umanità; ma per questa sua profezia deve pagare un prezzo, Price (il finale vede questo personaggio… no, non lo dico).
Prima stesura 15-07-2005 Ultima revisione 01-12-2010
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