| Zero, rosso, nero: Dostoevskij e l'umanità |
| Scritto da Gianfranco Grenar | |||
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Area Tematica Colori Zero, rosso, nero: Dostoevskij e l'umanità Storia e dèmoni di uno scrittore dei confini Scritto da Gianfranco Grenar (www.grenar.info)
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Zero, rosso, nero
Una pallina è caso, caos e destino al tempo stesso. Una pallina leggera, lanciata in un cerchio rotante, può finire su una casella rossa o su una nera, oppure fermarsi su quello zero neutrale che paga 36 volte la posta e beffa tutti quelli che hanno puntato su un colore. Una pallina può portare la rovina o la ricchezza. Il giocatore crede di sapere dove avrà dimora quella variabile caotica, è la sua febbre delirante a suggerirglielo, a costringerlo a puntare. La roulette è una rappresentazione simbolica della vita: eventi incasellati, separati da margini così sottili che un po' d'aria o uno strano rimbalzo possono mutare la rovina in fortuna. E viceversa. Ma conta anche la traiettoria. Se il percorso non è circolare ma lineare, quella pallina che accelera punta al cuore: per straziarlo. È l'alba del 22 dicembre, anno 1849. Le guardie svegliano il prigioniero politico Fëdor Michajlovic Dostoevskij. Gli fanno indossare un camice bianco e lo portano all'aperto, là dove tre pali sono conficcati nel terreno, i soldati caricano i fucili, e trenta esseri umani aspettano di morire. Lui è un giovane scrittore idealista; ha preso a frequentare un circolo in cui giravano argomenti pericolosi, come socialismo e rivoluzione, libertà e riforme; la polizia zarista, grazie alle sue spie, ha arrestato i membri del circolo; un tribunale li ha condannati a morte dopo un processo-farsa. Il plotone di esecuzione è pronto. I condannati saranno fucilati a gruppi di tre. Mentre viene letta la sentenza, Fëdor fa il conto del tempo che gli resta. I primi tre infelici vengono legati ai pali, un cappuccio in testa per non far loro vedere i fucili, il prete li assiste con il crocifisso in mano… lui è l'ottavo della fila, quindi finirà nel terzo turno… “Cinque minuti prima del momento fatale, non più di cinque”, calcola. Deve morire a ventisette anni. E quei cinque minuti, quale immensa ricchezza ora sono per lui! Non pensa più alla morte, dice addio ai compagni, restano due minuti, e assorbe con gli occhi e dalla pelle tutto ciò che lo circonda, la cupola di una chiesa su cui giocano i raggi del sole, la natura, l'esistenza. “Che cosa sarò tra due minuti?”, pensa, “qualcuno o qualche cosa, e dove?”; e giura che se potesse tornare alla vita, di ogni minuto farebbe un'esistenza intera, e non ne sprecherebbe nemmeno uno [1]. Manca pochissimo, eppure Fëdor è così ansioso di vivere che… non vede l'ora di essere fucilato. Il plotone di esecuzione si prepara: caricate le armi!, mirate! Ma prima dell'ordine fatale irrompe un corriere a cavallo. Le canne dei fucili si abbassano. Il corriere scende di sella (il cavallo quasi stramazza per lo sforzo) e consegna un foglio al comandante. Che legge tra sé. Che fa smorfie. E che infine urla ai poveri disgraziati il messaggio sul foglio: è arrivato il perdono, lo zar ha graziato i cospiratori per via della loro giovane età. Essi non meritano la morte, siano invece spediti ai lavori forzati. Un gran colpo di teatro, una trovata infame: la grazia era pronta da giorni, ma il comandante del plotone aveva deciso di beffare amaramente i condannati -- con un sadismo romanzesco. La pallina è rimasta in canna. Fëdor Michajlovic Dostoevskij, scrittore, è stato al confine con l'infinito e ne è ritornato.
Prima
Fëdor Dostoevskij è di famiglia nobile. Suo padre è un medico, proprietario terriero; è un uomo rude e irascibile, schiavo della bottiglia; è un padrone che maltratta la moglie e i servi [2] ben oltre il limite della sopportazione. Sua madre è una donna buona, docile, che alle violenze risponde raddoppiando amore e attenzioni; muore di tubercolosi durante la nona gravidanza, quando Fëdor è ancora adolescente. La famiglia si disgrega dopo quella morte. A sedici anni Fëdor viene avviato dal padre alla carriera di ingegnere militare. In collegio studia diligentemente, ma lo fa come un dovere. Nel tempo libero, invece di leggere trattati militari e immaginare guerre e scannamenti di massa, divora storie, romanzi, piccoli e grandi fuochi di parole. In collegio riceve la notizia della morte del padre per mano dei suoi servi; una fine non troppo rara per quei tempi, una fine che la polizia e la famiglia hanno interesse a far passare sotto silenzio. Sembra che in questa occasione Fëdor abbia il primo dei suoi attacchi di epilessia (o presunta tale), il male che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel suo intimo, Fëdor si sentirà sempre colpevole di quella morte, perché l'ha desiderata. L'odio provato per il padre e il senso di colpa sono entrambi presenti nelle descrizioni che lui stesso fa del suo male (ad esempio questa: «un tipo di tristezza senza oggetto, come se avessi commesso un delitto»). E tutto ciò sarà materia prima di storie intense e viscerali. La passione per la scrittura lo spinge nel 1844 a dimettersi dall'esercito. Dostoevskij esordisce con “Povera gente” e viene acclamato dai critici più severi dell'epoca come il successore di Gogol; ma quegli stessi critici ritrattano e lo irridono quando vengono pubblicati “Il sosia” e “L'affittacamere”. Come scrittore non ha ancora trovato la sua vera voce. Si interessa al socialismo. Arrestato per avere tramato contro lo zar (il “padre”), viene imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo, un ventre di muri e sbarre che è quasi un preludio alla sua rinascita. Subisce, negli otto mesi di prigionia, interrogatori crudi che somigliano a torture psicologiche, che saranno poi materia prima per romanzi.
Dopo
La pena di morte viene sostituita da quattro anni di lavori forzati in Siberia. Dostoevskij vi arriva con i ferri ai piedi, su una slitta aperta. In quel luogo ostile si trova a stretto contatto con l'umanità oscura. Privato della letteratura, è costretto a studiare l'uomo, oltre l'apparenza delle classi, dei vestiti, persino della carne. Riconosce i vinti, gli umili, i violenti, i carcerieri, gli infami, i ladri, gli assassini, come fratelli. Questa esperienza diventerà il suo “Memorie da una casa di morti”. Quello che un tempo fu uno scrittore di macchiette umane, di oppressioni tutto sommato borghesi e caricaturali, si trasforma. Dostoevskij passa per il cuore degli uomini, impara a scrivere la miseria dell'animo, la tenebra che scende, il sottosuolo e i vermi che lo popolano. Dopo quei quattro anni Fëdor ne deve passare altri cinque nell'esercito, da soldato, come prolungamento della condanna; ma riesce a congedarsi addirittura col grado di ufficiale. Torna quindi nella sua amatissima San Pietroburgo, alla vita alla quale apparteneva.
Il gioco
Caso, caos e destino assieme: il gioco è un atto sacro, il gioco è un demone. Dostoevskij ne è vittima consapevole. A questo demone dedica un romanzo intero, “Il giocatore”, che nasce in un modo straordinario. Fëdor è un uomo buono e generoso. Mantiene parenti famelici e ingrati, a cui non sa dire di no; dà via il suo lavoro per poco; paga debiti altrui; insomma, finisce spesso nei guai. Per rimettere in sesto le sue finanze firma un contratto capestro: dovrà consegnare entro un mese un romanzo di 240 pagine. Peccato che nel frattempo sia costretto a terminare “Delitto e castigo”… Assume così una stenografa, Anna (Anja) Grigor'evna. Anja è una donna colta, la cui famiglia è in difficoltà economiche. Nei giorni che seguono Fëdor detta, Anja scrive, e a furia di lavorare senza pause il romanzo è pronto. “Il giocatore” viene scritto in ventisei giorni. Fëdor continua a cercare Anja con mille scuse, perché ha bisogno di parlarle e di essere ascoltato, è un uomo solo e sofferente, e cerca la bontà e l'intelligenza di quella donna molto più giovane di lui. A furia di parolare i due si innamorano [3]. I parenti-parassiti di Fëdor si dichiarano contrari al matrimonio, vedendovi una minaccia alle loro “rendite”. Continuano l'abuso sullo scrittore, al punto che vanno a vivere in casa della coppietta. Disperata, Anja convince il marito a lasciare l'amata Pietroburgo per l'Europa, e per affrontare il viaggio impegna persino la sua dote. Ma deve farlo, per salvare quell'uomo, il suo genio e la sua salute. In Germania Fëdor riprende il vizio del gioco. Potrebbe guadagnare bene se pensasse solo a scrivere, ma non può, il demone lo spinge a giocare. Misteriosa è l'origine di quel demone. Alcuni meccanismi psicologici sono noti: il giocatore si allontana dalla realtà per entrare in una dimensione unica, in un cerchio magico che racchiude altre regole, diverse da quelle usuali. Una dimensione bivalente: protezione e prigione. Una dimensione, abbiamo visto, familiare a Dostoevskij. Ma c'è altro ancora: la dinamica del gioco, fatta di attesa e tensione, a cui segue un evento che cambia il destino, ricorda molto la condanna a morte da lui scampata anni addietro. C'è forse nel gioco un desiderio di punizione, come sospetta Freud? [4] Che tipo di gioco fa ammalare Dostoevskij? La roulette. Non le carte, che richiedono anche abilità; non i dadi; non altri giochi ugualmente rovinosi; la roulette. Perché? La roulette è circolare. Una pallina entra nella ruota e ne contrasta il movimento sino a finire in una casella: questo si può vedere come una rappresentazione dell'universo, del Samsara, della sofferenza [5]. Anja capisce e perdona suo marito, sempre, è paziente e protettiva come una mamma. E forse proprio perché per lui il gioco è una auto-punizione (non auto-distruzione), che Dostoevskij riesce a uscire dal vizio. Si punisce, a lungo, ma quando capisce di essere stato perdonato, smette per sempre. Dopo quasi dieci anni “guarisce” da una “malattia” grazie a una medicina universale: l'amore. Promette ad Anja: “Adesso che sono nato a nuova vita staremo sempre insieme, farò in modo che tu sia felice”. Sarà di parola.
Tecnica, simbolo e mistero
I personaggi di Dostoevskij non sono affilati come quelli di Dickens, non hanno “i visceri esposti” come quelli di Flaubert, sono tutt'altro che scientifici come quelli di Zola. Sono entità misteriose, contraddittorie, difficilmente indagabili. Dostoevskij “scrive l'ombra” dei suoi personaggi usando i contrasti: li crea bianchi di natura e li fa comportare come se fossero neri, li lascia oscillare tra l'angelico e il demoniaco, tra la necessità del perdono e il desiderio del crimine; li fa santi malati o peccatori custodi di una scintilla di grazia. Li crea eterni ed eternamente bipolari: Ivàn Karamàzov, Raskol'nikov, l'uomo del sottosuolo, il giocatore. Ama visceralmente i suoi personaggi perché non li guarda dall'alto come Dio, non getta una luce immensa su di loro; li tallona dalla loro stessa altezza, che spesso è quella del sottosuolo, agitando una candela. È un narratore sperduto e disorientato. Si sorprende dei suoi personaggi, si identifica con loro. Li vede umani, umanissimi e impastati di luce -- anche i peggiori. Li vede sofferenti e umiliati, schiacciati dal peccato, e per questo capaci in qualunque momento di redimersi. Questi personaggi indimenticabili nascono grazie alla collaborazione attiva del lettore. Non si tratta solo di riempire i buchi dovuti alla reticenza del narratore; non si tratta di districarsi tra i fatti che riempiono tutto lo spazio delle pagine lasciando poco o nulla alla descrizione; non si tratta nemmeno di venire a capo delle contraddizioni e dei misteri. C'è di più. Simbolo è ciò che contemporaneamente si trova in più stati; linguaggio simbolico è ciò che permette di descrivere tutti questi stati con le parole del linguaggio umano. Bene: Dostoevskij scrive nel linguaggio simbolico, fatto di quel continuo oscillare di cui ho parlato. Il romanzo criminale unico che ne vien fuori è grandioso. Dietro ogni singolo romanzo infatti c'è un progetto più ampio, che riguarda la natura umana e quella divina. Dostoevskij è vissuto sessanta anni. Con venti anni in più di tempo a disposizione (quelli che ha avuto Tolstoj) avrebbe forse terminato questo progetto che gli amici più intimi dicono avesse già tutto in testa. Nella storia del concepimento di questo romanzo criminale unico troviamo indizi che svelano alcuni segreti dello scrittore, segreti di natura “tecnica”. Dostoevskij scrive quasi sempre di fretta, per rispettare scadenze di contratto, per pagare debiti; e mantiene l'abitudine anche quando le sue finanze si assestano. E in realtà non scrive un bel niente: detta a voce alta. Crea l'idea, la sviluppa in un tempo brevissimo (forse negli stati di euforia che precedono i suoi attacchi epilettici), e poi la elabora fonicamente, giorno per giorno, tenendo presente un piano d'intreccio complesso ma molto sintetico (e spesso non scrive nemmeno questo).
Sfumature di nero
Romanzo criminale, ho scritto. Potrei anche dire “noir”. Con questa parola s'intende a volte un genere, altre un sottogenere o uno stile o soltanto un'atmosfera. Nel noir “il protagonista è solitamente non un detective, ma una vittima, un sospetto, o un colpevole. È qualcuno a volte legato direttamente al crimine, non un esterno chiamato a risolvere la situazione. Tra le altre caratteristiche… vi sono le qualità auto-distruttive dei personaggi principali” [6]. È mia opinione che Dostoevskij abbia il nero in sé come colore. Qualcuno pensa addirittura che lui sia il fondatore del noir [7]. Per creare trame e personaggi, Dostoevskij attinge dalla cronaca nera cittadina e da sé stesso, dalle proprie oscure profondità. Dà vita a “gente” che sarà persino studiata da criminologi e psichiatri. La differenza è forse solo nel finale: il noir trova indigesto il lieto fine; i romanzi di Dostoevskij prevedono la grazia dopo la sofferenza. Molte domande assillano Dostoevskij. Esiste Dio? Quale è il senso della nostra presenza nel mondo? Cosa diventa l'essere umano dopo la morte? La ricerca delle risposte, e la storia di questa ricerca, è nei suoi romanzi. Dostoevskij, attraverso i tormenti e gli strazi della vita, cattura qualcosa che per lui è scintilla di luce, e che altri chiamano fede. Ma questa parola, “fede”, che indica scintille spesso molto diverse tra loro, nel suo caso è ottenuta a caro prezzo. Non ha la geometria razionale del teologo, ma la passione caotica del profeta. E del profeta Dostoevskij prende man mano le sembianze… L'uso del linguaggio simbolico, il dito puntato contro i mali del tempo moderno, la radicalità delle idee… Scrivendo “La leggenda del Grande Inquisitore”, che fa parte de “I fratelli Karamàzov”, mette sotto accusa la Chiesa (ortodossa e non solo) come istituzione. Dostoesvkij è uno scrittore dei confini. Nei suoi labirinti custodisce la colpa, il male di vivere, la fede perduta, il vizio del gioco, l'epilessia-isteria, il delitto, il castigo, la malattia della carne, quella della mente. Leggerlo è camminare verso il fondo, per risalire e trovare il perdono, ancora più nel profondo del mistero umano. Giù, nel mistero divino.
Note
[1] L'esecuzione di Dostoevskij è stata da lui stesso descritta, in un modo nemmeno troppo romanzato, ne “L'idiota”. Da lì ho attinto parole e frasi per costruire questo paragrafo. [2] I contadini russi di allora erano servi della gleba; lo furono dal 1601 circa al 1861. [3] Ho scritto proprio “parolare”, per una voluta dislessia tra “parola”, “parlare” e “innamorare”. Tempo fa scrissi questi versi, “Le parole sono amanti / E i libri sono i figli della colpa”. Avevo in mente una storia potenziale, e a distanza di tempo scopro che la storia di Anja e Fëdor ha dato alla luce, fuor di metafora, una decina di capolavori… [4] Mi vengono in mente le ruote di preghiera della religione del Buddha: bisogna farle girare per spargere la preghiera purificatrice nel mondo. [5] Sigmund Freud, “Dostoevskij e il parricidio”, 1927. [6] Il tentativo di definizione è di George Tuttle; e, tanto per confermare che quando si discute di generi il caos straborda, l'ho trovata sulla voce che la Wikipedia americana dedica… al genere hard-boiled. http://en.wikipedia.org/wiki/Hardboiled [7] Questo tipo di opinioni può scatenare guerre ideologiche terrificanti. Se oggi è (quasi) pacifico che Edgar Allan Poe, americano, sia il fondatore del giallo e dell'horror, non è altrettanto pacifico che Jules Verne, francese, sia il fondatore della science fiction. Gli americani, nazionalisti sempre attenti al loro giardino, affermano che i fondatori del noir siano i loro concittadini Cornell Woolrich e Dashiell Hammett; gli europei invece risalgono al russo Dostoevskij e addirittura alla tragedia greca, l'Edipo Re di Sofocle… Allora io dico, e se il noir provenisse tutto da Dante Alighieri?
Prima stesura 06-12-2006 Ultima revisione 04-12-2010
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