Signori Briganti - 1.4
Scritto da Gianfranco Grenar   

 

 

C’è a Gorka una casa umida, buia, piena solo di mobili marci e ragnatele. Ci abita Ashan’rai.

Da solo.

Poco fa Ayan Hora è passato a trovarlo. Il furbo gli ha fatto un discorso sul bene, sulle donne, sulle notti che vale la pena vivere… parole al vento. Alla fine ha gridato:

– Dammi quei soldi, fottuto tirchio bastardo!

Ashan’rai gli ha risposto:

– Io parlo poco. Ma se non ti levi dalle palle dirò tutto a tutti.

Ayan dal cuore di lupo si è acceso come una torcia, ha sbavato minacce, ha dato un calcio a una sedia tarlata che è andata in pezzi, ma poi è scappato con la coda tra le gambe.

È ora di cena. Ashan’rai cerca in casa ciò che rimane dell’ultima spesa fatta. Lo stomaco brontola, ulula, e lui lo picchia come un tamburo per farlo star buono: non si deve cedere alla gola.

Il menù è questo:

 

pane secco, scovato in una vecchia scatola di chiodi;

marmellata di fichi neri, ottima annata;

acqua della fontana, che è anche purga eccellente;

chicchi di miglio rubati dalle piccionaie sul tetto del vicino.

 

Roba da far annodare le budella all’ultimo dei barboni. Ashan’rai potrebbe abbuffarsi di delizie nei ristoranti di città, ogni santo giorno, ingrassare come un porcello, fare il bagno nel vino d’annata e resterebbe ricchissimo come prima.

Ma preferisce il sacrificio.

La gente lo crede toccato. Lui ha smesso di parlare con chi non può capirlo. Ora parla coi ragni di casa sua.

– Buona sera, piccoli sputi.

– Il pazzo si è risvegliato –, commentano i ragni.

– Cosa mangiate?

– Mosca.

– Parlano male di me. Dicono che la rovina degli altri mi diverte, e che se mi mettessero il cuore in un ditale scivolerebbe dai buchi.

– Succosa. Deliziosa.

– Invidiano i miei beni. Ma io sono prudente: non spreco. Sin da bambino ho avuto la fame per mamma e amica, e ora voglio star solo. La fame morde. Non deve tornare.

– Noia. Sonno.

– Avevo un trucco per calmarla. Mi aggrappavo a testa in giù alla fontana, piedi all’aria, bocca aperta, e tiravo la manopola. Il corpo era bloccato e lo stomaco si gonfiava come una zampogna.

            I ragni pelosi spariscono. Ashan’rai è stizzito.

– Ehi, tornate indietro! A chi parlo adesso?

Si alza di scatto. Dalla tasca nella camicia tira fuori un sacchetto, che apre per controllare che tutte le monete siano lì prigioniere. Accende una candela storta e puzzolente. Con quella attraversa il corridoio, scende per la scala della cantina.

La cantina è piena di giare che trasudano olio.

Ashan’rai chiude gli occhi per non spiare i suoi stessi gesti. A tentoni trova l’apertura del doppio fondo in una giara, e vi lascia cadere le monete.

È uno dei suoi segreti. Con quel denaro Ashan’rai potrebbe comprarsi tutta Gorka (e, in verità, già possiede una bella fetta del paese), soddisfare ogni capriccio, godersela come un re. Invece preferisce la lana stopposa, il materasso da tortura, gli avanzi.

I ragni, sazi, se la russano.

 

 

 

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