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Ungaretti e l’Allegria

La voce fragile e forte di un poeta al fronte

Scritto da Gianfranco Grenar (www.grenar.info)

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Lo scenario

La Grande Guerra ha inizio per gli Imperi coloniali il 10 luglio 1914. L’Italia, giovane regno con un esercito poco attrezzato e male addestrato, ma pieno di retorica e sogni di gloria, ci entra il 24 maggio 1915. Il giovane soldato Giuseppe Ungaretti è partito come volontario. Credeva nella necessità della guerra, sperava che fosse breve e portasse onore alla Patria. Ma non è così. La guerra, per chi non la fa sui giornali o nei salotti, per chi non è un ricco privilegiato, un industriale, un ufficiale di alto rango, è solo una serie infinita di orrori. Come ogni altro essere umano, Ungaretti si sente fragile, ha paura di morire, è sconfortato. Come ogni altro soldato, deve combattere in prima linea anche se sa che può morire. Tanti suoi compagni sono già morti: dissanguandosi lentamente, o in un attimo, colpiti alla testa o al cuore, una morte che non dà il tempo nemmeno di chiudere gli occhi.

Il 22 dicembre 1915 Ungaretti riposa, dopo il turno di trincea. Fa tacere le mitragliatrici instancabili, fa silenzio dentro sé e prova a scrivere. Forse, poco prima di Natale, sulla Cima Quattro del Carso, già nevica; ma dalla penna esce una poesia che ha per titolo “Lindoro di deserto”. Eccone un frammento:

Ora specchio i punti di mondo

che avevo compagni

e fiuto l’orientamento

È una riflessione sul cambiamento che lo ha travolto. Il deserto è tutto interiore, i punti di riferimento sono scomparsi, c’è solo sabbia attorno a lui. Ma bisogna muoversi, cercare, fiutare, agire. Bisogna capire quale direzione prendere, pur sapendo che si è «Sino alla morte in balia del viaggio». Il giorno seguente scrive “Veglia”:

VEGLIA

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

Tra le due poesie c’è un abisso. Lo stile è quello che Ungaretti ha sviluppato prima della guerra: il verso spezzato, ridotto persino in sillabe isolate o in parole di servizio (di, una, come, e); la punteggiatura soppressa, sull’esempio dei futuristi e di Apollinaire; l’uso dell’analogia cara ai simbolisti, cioè l’accostamento di immagini tra loro lontane, che fondendosi rivelano una nuova immagine; e infine l’iniziale maiuscola, che mantiene il legame con il passato e la tradizione.

La rivelazione del cambiamento è tutta nel significato. Il canto soffre come l’uomo da cui si genera. La serie di participi (buttato, massacrato, digrignata, penetrata) schiaccia ogni gesto d’azione, il soldato subisce ciò che vede e basta, la notte di guerra è la più lunga delle notti. È una poesia dalle sonorità aspre (provate a leggerla a voce alta [1]), è cruda e tenera al tempo stesso.

E allora, per capire quanto sia cambiato quell’uomo che canta e piange, dobbiamo fare un passo indietro e scoprire chi fosse prima, e spiare le mosse che lo hanno portato sin qui.

L’ultimo inizio

Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, ai confini col deserto. Rimane orfano del padre, operaio al lavoro nel canale di Suez, a poco più di un anno. Dagli otto ai sedici anni va a scuola dai Salesiani. Questa educazione forse troppo severa e religiosa lo spinge nella direzione opposta: a vent’anni Ungaretti si dichiara ateo e si lega agli ambienti anarchici. È l’inizio di un lungo percorso. A ventiquattro anni è a Parigi, la capitale mondiale della cultura. Studia per due anni all’università della Sorbona, ma non si laurea; ha familiarità con le avanguardie, con il poeta Apollinaire soprattutto; legge il “Manifesto del Futurismo” (1909) di Filippo Tommaso Marinetti, in cui il fondatore del movimento artistico dichiara apertamente che la poesia deve glorificare la guerra, perché «sola igiene del mondo». Si avvicina ai poeti simbolisti, Mallarmé su tutti. Assorbe retorica anche da Gabriele D’Annunzio, già allora vate e cantore dell’Italia in armi (“Canzoni delle gesta d’oltremare”, 1911-12).

La sua voce poetica cresce in questo particolare humus culturale, composto di rotture con il passato e nostalgie, nazionalismi e augurio di rovina delle nazioni, attesa e azione, esaltazione dell’atto di forza e ripiegamento in sé; e quindi non ha ancora una forma stabile, non può averne [2]. Come, d’altra parte, non ha forma la sua vita: Ungaretti è senza denaro, quasi un bohémien; è infelice, come tutta la sua generazione; cerca una ragione di vita, un’identità, una causa; perde un amico d’infanzia, Moammed Sceab, che muore suicida; incontra una donna, Jeanne Dupoix, che poi sposerà e amerà moltissimo. Le sue prime poesie appaiono sulla rivista “La Voce”, diretta da Prezzolini, e sono del 1914; scrive anche per la rivista “Lacerba” di Papini. Una poesia in particolare, “Agonia”, rappresenta il suo mondo di allora.

AGONIA

Morire come le allodole assetate

sul miraggio

O come la quaglia

passato il mare

nei primi cespugli

perché di volare

non ha piú voglia

Ma non vivere di lamento

come un cardellino accecato

Il messaggio è chiaro: meglio una morte dovuta all’azione che una vita passata a lamentarsi… Non importa che l’azione sia antieroica, si può anche morire di sete inseguendo un miraggio, o accorciare la propria vita con gesti che consumano («passato il mare»). Ungaretti sembra attratto dall’abisso, così come lo furono prima di lui i poeti maledetti, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. Vedeva una fine tragica nel suo destino, o forse la cercava?

In quegli anni l’Italia è, e si sente, incompleta. Ci sono italiani nelle terre irredente, ancora sotto il dominio dell’Impero Austro-Ungarico. Bisogna combattere l’ultima delle guerre d’Indipendenza, così sostengono gli interventisti, che alla fine prevalgono sui neutralisti. Ungaretti trova la causa che cercava e che lo allontana dall’abisso: la Patria. È il 1915. Si arruola. È un soldato semplice, e finisce spesso in trincea. Il suo reggimento viene ricostituito centinaia di volte, perché ogni assalto lascia sul terreno un gran numero di morti; dopo ogni assalto bisogna rifarlo da capo! È uno sterminio costante e privo di senso.

Il soldato Ungaretti sente l’urgenza di scrivere, ma non vuole tenere un diario.  Allora scrive su ciò che ha sottomano: pezzi di cartolina già pasticciati, la carta che avvolge le munizioni. Mette data e luogo e, sotto, una poesia. Conserva tutto nel tascapane. Le parole nascono alla luce incerta dei riflettori puntati contro la trincea nemica; a lume di candela in una delle tante caverne del Carso, scrive.

Dirà poi, riguardo le sue prime poesie: “La guerra improvvisamente mi rivela il linguaggio. Cioè io dovevo dire in fretta perché il tempo poteva mancare, e nel modo più tragico… in fretta dire quello che sentivo e quindi se dovevo dirlo in fretta lo dovevo dire con poche parole, e se lo dovevo dire con poche parole lo dovevo dire con parole che avessero avuto un’intensità straordinaria di significato” [3].

Soldati, e altri fratelli

La Grande Guerra è diversa da tutte le precedenti. La seconda Rivoluzione Industriale ha portato armi “migliori”: fucili a ripetizione, mitragliatrici, gas asfissianti, carri armati e persino sottomarini. L’esercito italiano è impreparato a questa guerra, semplicemente non la sa fare; gli assalti all’arma bianca, se ci sono, si risolvono in una carneficina; le battaglie non spostano il fronte di molto, si muore come mosche per prendere una collina o cento metri di terra lungo i fiumi; e si torna indietro il giorno dopo. È una guerra logorante, priva di trionfi, interminabile. Questa lunghissima alba ha effetti profondi sui soldati al fronte. Per alcuni è un vero e proprio danno mentale: sono frequenti la depressione, gli attacchi di panico, il rifiuto della realtà; c’è chi si taglia le dita, una mano, una gamba, o si acceca un occhio, pur di scamparla, pur di tornare a casa — meglio tornare vivi senza un pezzo che interi in una bara.

Il poeta Ungaretti cambia pelle. La tragedia quotidiana fa sparire la retorica della guerra come i sogni al risveglio. Altro che “Cinque Maggio” di Alessandro Manzoni, la glorificazione del grande condottiero Napoleone e delle sue battaglie, altro che eroi omerici, qui non c’è traccia di Achille o Ettore, non suonano le fanfare d’orgoglio, la morte non è mai gloriosa, e nemmeno c’è il Nemico, non vi è traccia di odio. Ungaretti è un uomo solo in mezzo ad altri uomini soli. Sa di essere fragile, ciascun soldato lo sa. Ma ciascun soldato sente qualcosa di nuovo in sé: è l’amore per la vita, per chi si riconosce uguale nel pericolo, per chi è disarmato nonostante tutte le armi. “Fratelli” è la parola che spunta sulle labbra, il nome di tutti quelli che soffrono con te. E la poesia “Fratelli” inizia con una domanda a loro rivolta.

FRATELLI

Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua

fragilità

Fratelli

In questa poesia e in molte altre Ungaretti usa poche parole, e dà valore a tutto ciò che circonda l’inchiostro: i vuoti, le pause tra le parole, gli spazi bianchi che rendono un verso come un’isola. Vedremo in seguito che questa necessità dovuta alla guerra diventerà poi una necessità di vita (come testimoniano le varianti delle poesie ungarettiane).

“I fiumi”, datata 16 agosto 1916, è una poesia lunga rispetto alle altre, arriva a ben 69 versi. Descrive un momento di tregua e di riposo, un bagno nel fiume Isonzo. Il fiume è un simbolo universale di vita, nascita, purificazione, e lo è anche per Ungaretti («Questo è l’Isonzo / e qui meglio / mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo»). Il fiume gli ricorda altri fiumi, e rappresenta così le sue radici molteplici: ragazzo cresciuto nel deserto (il Nilo); italiano che riscopre le proprie origini (il Serchio); parigino mondano (la Senna); e infine soldato in guerra. Ogni passaggio importante nella vita del poeta è segnato da un fiume.

Ma è una tregua — ecco il motivo di questo abbondare di parole. Le immagini di desolazione riprendono il sopravvento, la più vivida è espressa in “San Martino del Carso”.

SAN MARTINO DEL CARSO

Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato

Questo continuo processo di rarefazione semantica tocca il suo apice nella poesia “Soldati”.

SOLDATI

Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

Il sottotitolo dice “Bosco di Courton luglio 1918”. È quindi estate. La poesia, con quella precisazione che a volte ci si dimentica, diventa più geograficamente e poeticamente nitida, ma meno haiku [4]; c’è un minore spazio per le interpretazioni. Ma poi, c’è bisogno di interpretare una poesia così limpida? La parafrasi del testo non è forse una contraddizione in termini in questi casi? Provo comunque a dare alcuni spunti…

Ad esempio, noto che quel “Si sta”, in apparenza così impersonale, viene preferito al collettivo “Stiamo”: chi parla non è massa né moltitudine, è una voce di poeta che percepisce tutte le altre voci. E dice, questo poeta, che anche se la guerra fa cadere gli uomini come foglie non è una malattia che intacca la pianta o, se è una malattia, non è in grado di danneggiare la pianta: sarà ancora primavera e torneranno le foglie. (Ma questo pensiero è forse una forzatura del testo; chi mi assicura che il poeta avesse in mente la primavera quando ha coniato la similitudine foglie-soldati?)

La poesia ha una struttura metrica forte, che viene percepita anche da un ascoltatore distratto. In effetti c’è, ben nascosto, un alessandrino [5]. La traduzione in francese di “Soldati” fatta dallo stesso Ungaretti è un endecasillabo: «Nous sommes / tels qu’en automne / sur l’arbre / la feuille». Il lettore è autorizzato o no a leggere la poesia ignorando la divisione in versicoli? Credo di poter rispondere di no: una tale operazione, oltre a fare violenza al testo, spazza via l’intreccio tra parola e significato che Ungaretti ha imparato a creare con così tanta pena.

MATTINA

Santa Maria la Longa il 26 gennaio 1917

M’illumino

D’immenso

Questa è una poesia fulminante. È fatta solo di spirito, si potrebbe dire, e infatti è difficilissimo visualizzare una immagine, un corpo, un qualunque oggetto che sia di questo mondo. C’è suono, puro suono, nemmeno colore (quali colori ha l’immenso?). C’è un titolo che dà la coordinata di tempo alla poesia. C’è la consueta indicazione diaristica di data e luogo, che permette di perfezionare la ricerca sulla mappa. Ma la mappa è luce, ha forma di onda e di corpuscolo, è inafferrabile, è sinestetica, passa da un senso all’altro senza mai fermarsi.

La perfezione dei versi è, tuttavia, indagabile in qualche modo. C’è un settenario nascosto. Il legame tra suono e sensazione è dato anche dalla relazione tra le lettere: il primo verso di 9 lettere ha in comune 5 lettere con il secondo di 8; la prima vocale del primo verso coincide con la prima vocale del secondo verso; infine l’ultima vocale e ultima lettera del primo verso coincide con l’ultima lettera dell’ultimo verso. L’armonia della costruzione poetica coincide con l’armonia del creato visto alla luce del mattino.

Dalle “Ultime” alle “Prime”

Nel 1918 la guerra ha fine. L’Italia la vince, senza farci una gran figura, e conquista le terre irredente (o meglio, le grandi potenze vincitrici permettono al Regno d’Italia di metterci le mani) nonché il diritto ad avere un impero coloniale (o meglio, le grandi potenze chiudono gli occhi su ciò che il Re combina in Africa). Il soldato Ungaretti torna a casa. Ha già pubblicato “Il porto sepolto” nel 1916, mentre era in trincea; estende la raccolta nel 1919, chiamandola “Allegria di naufragi”; la stesura definitiva sarà del 1931 e si chiamerà “L’Allegria”.

Quest’ultima raccolta sistema le poesie in ordine cronologico, ma dà ad alcune un nome in apparenza contraddittorio: le più vecchie si chiamano “Ultime”, le più recenti “Prime”. Il motivo si chiarisce leggendole: dalle “Ultime” alle “Prime” si attenua la sensazione del male di vivere (lo stesso che Eugenio Montale saprà descrivere così bene) e scompare la retorica della patria (ben visibile invece in “Popolo”); le “Ultime” seguono un percorso poetico ormai abbandonato, e sanno di morte (“Tappeto”, “Chiaroscuro”); le “Prime” sono foglie appena nate, per usare le stesse parole di “Fratelli”, sono le poesie del naufrago ancora vivo dopo la guerra. Il simbolo del porto sepolto allude al potere della poesia di svelare ciò che è sotto l’apparenza, ma che comunque resta in fondo al mare (cioè in fondo all’animo). L’ossimoro “Allegria di naufragi” allude alla guerra, un naufragio dal quale i sopravvissuti trovano nuova forza, voglia di vivere, proprio perché si sono salvati dalla distruzione. È un titolo che richiama alla memoria il famoso verso de “L’Infinito” di Giacomo Leopardi, «e il naufragar m’è dolce in questo mare»; ed è possibile immaginare che questo verso sia affiorato dalla sua memoria durante la composizione della poesia, come suggestione, come forma velata… o come un porto sepolto sotto il mare. Il titolo definitivo, “L’Allegria”, è allora un nodo sciolto: il poeta canta l’allegria di vivere, fuori dal contesto storico, fuori anche da sé stesso. La poesia attraversa un percorso di vita per cercare un approdo di vita.

E appare, dalle “Prime”, la fine del lungo percorso. Ungaretti avrà una piena conversione al cattolicesimo, nel 1928. È Dio ciò che il poeta cerca ora (“Dannazione”: «Chiuso fra cose mortali // (Anche il cielo stellato finirà) // Perché bramo Dio?»). L’ultima poesia de “L’Allegria” si chiama, non a caso, “Preghiera”.

L’instancabile lavorìo delle onde

Una costante nell’opera di Giuseppe Ungaretti è la “covata”: le poesie sono uova da accudire, contengono l’embrione e l’essere, ma non sono mai definitive. Dell’uovo hanno la rotondità, ma la forma è sempre perfezionabile. Ungaretti sfronda, taglia, lima, rivede, corregge, lungo un arco di tempo che raggiunge e supera i vent’anni. Il testo è una ricerca continua di forma. Una ricerca sacra.

Questo è anche un lavoro sul colore, ed è un lavoro familiare alla maggior parte degli scrittori e dei poeti. La prima stesura è spesso la più facile, ma la stesura definitiva richiede un lavoro estenuante. Ungaretti usa lo scalpello alla ricerca di una migliore curva, e lo fa per anni, perfeziona, ma non nasconde nulla. Fa ciò che il mare fa allo scoglio. Il sudore di una parola tolta, fosse anche la più minuscola, è lì come una sindone per chi voglia studiarlo. Sottrazioni: succo di significato che porta alla moltiplicazione di significato. Lo vediamo all’opera in certi passaggi, soprattutto, come in quello dall’originario «Ci spossiamo in una vendemmia di sole» a «Ci vendemmia il sole» (“Fase d’Oriente”). O in «Sono come / la timida barca / per l’oceano libidinoso», che diventa «Sono come / la misera barca / e come l’oceano libidinoso» (“Attrito”).

Il caso di “Fratelli” può apparire esemplare, ma solo perché vediamo l’intero processo (dalla prima stesura del 1916 all’ultima del 1943) accelerato quasi alla velocità della luce. “Fratelli” si chiamava “Soldato” ed era così:

SOLDATO

Di che reggimento siete

fratelli?

Fratello

tremante parola

nella notte

come una fogliolina

appena nata

Nell’aria spasimante

Fratelli

saluto

accorato

nell’aria spasimante

implorazione sussurrata

di soccorso

all’uomo presente alla sua fragilità

Uomo di pena, voce pura

Il soldato Ungaretti, congedato, può tornare a casa. Lo strazio è ancora nel cuore, non se ne andrà facilmente. E gli anni che seguiranno la guerra non saranno facili. Ma l’uomo di pena (così si definisce in “Pellegrinaggio”) ha intuito dove lo condurrà il suo lungo percorso. In trincea ha scritto le poesie “Dannazione” e “Risvegli” senza mettere il punto interrogativo là dove ce ne sarebbe stato bisogno, sulle domande “Perché bramo Dio” e “Ma Dio cos’è”. Quelle che nell’inferno carsico erano domande impossibili per lui, talmente indecifrabili e lontane da non essere nemmeno domande, ora sono vicine. Non può dare una risposta in forma di parole, ma sente che può provarci. Le stesure successive hanno il punto interrogativo.

E l’ultima delle poesie de “L’Allegria”, che riporto di seguito, ha il colore brillante di qualcosa che, sì, può essere Amore.

PREGHIERA

Quando mi desterò

dal barbaglio della promiscuità

in una limpida e attonita sfera

Quando il mio peso mi sarà leggero

Il naufragio concedimi Signore

di quel giovane giorno al primo grido

Note

[1] Oppure cercate in rete gli mp3 di Ungaretti in persona che recita le proprie poesie; ogni tanto qualche filmato passa anche sui canali satellitari educativi della RAI.

[2] Lo stesso poeta ne è cosciente. In “Italia” dice: «Sono un frutto / d’innumerevoli contrasti d’innesti / maturato in una serra».

[3] G. Ungaretti, “Saggi e interventi”, a cura di M. Diacono e L. Rebay, Milano, Mondadori, 1974.

[4] Una poesia de “L’Allegria”, “Notte di Maggio”, è composta da 3 versi di 7, 5, 7 sillabe ognuno («Il cielo pone in capo / ai minareti / ghirlande di lumini»). Si tratta di un haiku o di una casualità? Non sono riuscito a venirne a capo.

[5] Alessandrino: Verso di origine francese, composto di 2 emistichi (due mezzi versi), ognuno accentato sulla sesta sillaba. È considerato equivalente all’endecasillabo italiano, sia per la somiglianza del metro sia per il prestigio che possiede.

Prima stesura 09-06-2006

Ultima revisione 07-02-2011

Spero di aver aiutato gli studenti in vista della maturità. Pare che, tra le tracce d’esame, alla prova scritta uscirà Ungaretti. Vedremo! In bocca al lupo per i vostri esami di stato, maturandi!, vivetela senza ansia e con una risata. Buoni esami 2014!